Il giorno in cui Balodis morì mi trovavo a Londra, in una stanza d’albergo. La radio diede solo la notizia, qualche frase e nulla di più. Ma la mattina dopo mi precipitai giù per strada e feci incetta di tutto quello che trovai in edicola. Rimasi lì a lungo, con i fogli che svolazzavano nel vento, assorta a scandirne il senso. I titoli erano quasi tutti uguali: “Muore Regista Sovietico”. Forse l’agenzia di stampa era la stessa, tanto che mi misi a leggerli nuovamente cercando di individuare ogni piccola aggiunta, ogni nota di differenza.
“Il regista sovietico, Pteris Balodis, è spirato ieri a Mosca dopo un intervento al cuore all’età di 46 anni. Nato in Lettonia, Balodis è conosciuto per tre film sulla vita contadina lettone prima della Rivoluzione Russa. La sua opera maggiore, ‘La Storia dell’anno 1912 nel Villaggio di Elza Darzins’, ha ricevuto numerosi premi internazionali. Prima di morire stava lavorando ad un film ambientato in Ucraina”.
Di lì a qualche settimana la notizia rimbalzò sulla stampa specializzata, che la coloriva di qualche laconico dettaglio sulla precoce carriera e si soffermava sui film e sul successo di critica ricevuto. Ma quando si arrivava ai suoi ultimi giorni, tutto diventava più fumoso, pochi i dettagli di Balodis adulto e giovane. Si sapeva anche poco del film a cui stava lavorando prima di morire, forse su un soldato proletario, dicevano alcuni. C’è chi riferiva di un altro film ancora, che però non arrivò mai in sala. Secondo un’altra rivista, dopo aver girato la Storia di Elza (come oramai tutti chiamavano familiarmente il film ‘La Storia dell’Anno 1912 nel Villaggio di Elza Darzins’), Balodis aveva cominciato a girarne altri due, di argomento ignoto, entrambi mai terminati. Pare che l’ultimo dovesse dare inizio ad una trilogia su Lenin, voce alla quale non davo molto credito, anche se l’idea mi affascinava. Balodis dopotutto era stato un gran cultore delle trilogie.
I suoi ultimi anni, insomma, erano lastricati d’incognite e misteri. D’aneddoti su di lui n’avevo certo sentiti molti, soprattutto da chi mi avvicinava chiedendomi qualche dettaglio sulla sua vita, come accadeva spesso. Ai quali rispondevo, facendo spallucce, di avere trascorso la maggior parte della mia età adulta lontano dalla Lettonia, dall’altra parte del globo; che di Balodis sapevo molto poco e del suo produttore, Leblenis, ancora di meno. Ma nonostante ciò insistevano a bersagliarmi di domande, spesso insistenti, quasi pensassero che scherzassi. Forse a ragione, perché dopo tutto il mio nome era indissolubilmente legato al suo film di maggior successo.
Molti anni prima, quando i fatti mi portarono ad unire la mia vita alla sua, mi proposi risoluta di non lasciarmi influenzare da null’altro che dai suoi film. Mi sarei attenuta scrupolosamente ai fatti. E invece quei fatti pian piano cominciarono a colorarsi di vicende personali. Non è forse questo il pericolo che si corre quando si vuole raccontare una storia? Cominciai da quella di Balodis e finì forse per raccontare la mia, personale.
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