The strange case of the mouse’s balls

In the article below, Umberto Eco writes of an amusing hoax that circulated in Italy some years ago, concerning a humorous (but fake) instruction leaflet on computer pointing devices (mice), that had been allegedly translated with some automated tool. The hoax was reported as genuine by the Italian press, which took it as an example of the pitfalls of machine translation.

(…) «Se il vostro topo ha difficoltà a funzionare correttamente, o funziona a scatti, è possibile che esso abbia bisogno di una palla di ricambio. A causa della delicata natura della procedura di sostituzione delle palle, è sempre consigliabile che essa sia eseguita da personale esperto. Prima di procedere, determinate di che tipo di palle ha bisogno il vostro topo. Per fare ciò basta esaminare la sua parte inferiore. Le palle dei topi americani sono normalmente più grandi e più dure di quelle dei topi d’oltreoceano… La protezione delle palle dei topi d’oltreoceano può essere semplicemente fatta saltare via con un fermaglino, mentre sulla protezione delle palle dei topi americani deve essere prima esercitata una torsione in senso orario o antiorario… Si raccomanda al personale di portare costantemente con sé un paio di palle di riserva, così da garantire sempre la massima soddisfazione ai clienti».

Molto divertente, come si vede, e bene inventata. Salvo che questa istruzione, attribuita alla Ibm, è certamente falsa.

Essa arriva in e-mail preceduta dalla seguente spiegazione: «Il mouse si chiama in francese “souris”, in spagnolo “raton”, in tedesco “maus” e solo da noi, invece di “topo”, “mouse”. Gli americani della Ibm non lo sapevano e così hanno tradotto un loro manuale di istruzioni distribuito in tutte le filiali del mondo, tra cui quella italiana».

Il fatto è che la Ibm avrebbe potuto ignorare i risultati osceni della traduzione, solo se in inglese “mouse” non volesse ugualmente dire topo (l’aggeggio è stato chiamato così proprio perché ricorda la sagoma di un topino) e “ball” volesse dire solo palla o pallina e non anche, come da noi, testicolo. Quindi la Ibm non avrebbe scritto un testo inglese innocente che poi, tradotto in italiano, diventava malizioso, ma avrebbe scritto un testo maliziosissimo anche in inglese, il che non pare verosimile. Pertanto questa pseudo-traduzione è un falso.

Il bello è che chiunque se ne potrebbe accorgere ritraducendo all’indietro dall’italiano in inglese. A parte il fatto che la falsità del messaggio è dovuta al fatto che per sostituire eventualmente quella pallina non occorre affatto un esperto, ma può farlo anche un bambino. Ora, ammettiamo pure che molti dei dotti ritrasmettitori del messaggio si siano benissimo resi conto del trucco, e abbiamo fatto finta di nulla perché la cosa era in ogni caso divertente. Ma ecco che trovo la faccenda del topo diventata notizia sul numero di luglio del mensile “Focus”, e la storia viene presentata come un tipico incidente di traduzione automatica. Quindi, o i redattori del giornale avevano mangiato la foglia, ma hanno presentato la notizia come vera (perché non l’hanno pubblicata nella rubrica delle barzellette, “Flash”, bensì nella rubrica “Prisma Computer”), nel qual caso il loro comportamento non sarebbe stato giornalisticamente corretto, il che è impensabile; oppure l’hanno presa per buona, e l’hanno comunicata ai lettori in buona fede – così come in buona fede, suppongo, me l’hanno comunicata molti illustri colleghi (tranne quelli che l’hanno trasmessa avvertendo che forse si trattava di leggenda metropolitana, e altri noti per la loro mistica della malafede).

Perché mi soffermo su un incidente tutto sommato minore? Perché mi pare un sintomo del disagio in cui a Unione europea ormai avanzata, affrontiamo ancora la realtà della pluralità delle lingue e dei problemi della traduzione. [da Lo strano caso delle palle del topo, di Umberto Eco]

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